Si è certi che nel calderone del debito pubblico del Paese non vi siano finiti anche, “accidentalmente”, debiti privati?
Perché, mai, il più inetto e spudorato governo che la storia della nostra repubblica registri, dovrebbe resistere alla tentazione di poter racimolare, per conto dello Stato, somme ingenti da destinare al rattoppo finanziario di questa o quella azienda amica, o addirittura, di appartenenza a membri dell’esecutivo stesso?
E ancora: come si può non dar conto dei libri contabili del suddetto debito pubblico al popolo, che, eticamente, legalmente e fiscalmente rappresenta uno stato di diritto? E perché, in un simile frangente di criticità, si permette al Vaticano di evadere le tasse in maniera tanto spropositata?
Saranno anche inquietanti e maliziose, ma restano domande legittime. Ovviamente, in un regime altamente democratico e trasparente esse non avrebbero ragione di essere formulate e di alimentare discussioni di sorta. Ma vi è che siamo in Italia, uno dei paesi più sputtanati del mondo, dove la classe dirigente che lo sta guidando verso il disastro più empio è costituita da un mezzo cervello simil-padano, che ha sempre preferito l’articolazione delle mani e delle membra a quella delle parole; da un discreto contabile-cassiere, che solo una stocastica erre moscia gli conferisce, in qualche modo, un’aleatoria aria da economista; e, infine, all’apice, da una faccia di bronzo, la cui definizione più naturale è data da un epiteto che le mantiene rima.
Un trio del genere, riassume, nella sua entità morale, quanto di peggio possano offrire la degenerazione, l’incapacità e la slealtà umana. Un trio così composto rivela, nella sua perversione autentica, l’ultimo strato della politica in decomposizione, quello maggiormente contaminato dalla schifezza. Un trio che, disposto in una simile configurazione dell’ esercizio del potere, resta l’indice più genuino per qualificare lo sfacelo intellettuale di un popolo che abita una delle terre più elitarie dell’intero pianeta.
Giornalisti, opinionisti, scrittori, e intellettuali di diversa provenienza, davvero non provate vergogna a pavoneggiarvi dalle pagine di un donabbondiano “Corriere della Sera”, o da quelle di una diversamente castista “la Repubblica”?
Quanto, a me, mi piace pensare che io sia l’ultimo dei blogger italiani. Mai, però, domo nel cercare il confronto con chi, oggi, si rende responsabile del calo di vendite dei giornali e dell’involuzione di un’informazione che orbita intorno ad interessi particolari, allontanandosi sempre più dalla forma e dai contenuti di una lettura esigente.
Una stampa, come quella italiana, che si limita a contemplare lo sconquasso di una nazione senza saper colpevolizzare con autorevolezza chi lo ha provocato, mostrandosi del tutto incapace di interpretare i malumori della popolazione, produce solo una banale quanto miserabile letteratura, buona per diffondere al vento la vanità di parolai logorroici, la nevrastenia di individualisti sfrenati senza vergogna, la presunzione di svigoriti osservatori di credersi sottili analisti. Da dove dovrebbe arrivare un po’ di energia mentale a sostegno della collettività, per evitarle di abbandonarsi inerte alla catastrofe, se non dalla mente di chi, per mestiere, analizza le vicende sociali, politiche ed economiche che si susseguono in un clima di afflizione generale?
Credo che da noi, vista e considerata la scarsezza disarmante di una classe intellettuale, assurdamente inabile ad esercitare la propria influenza per garantire un rapporto più giusto e corretto tra il potere costituito e il popolo, sia giunto il momento di cambiare lo status dei cittadini: da potenziali parassiti e “clienti” della politica, ad autentici e dignitosi membri di una comunità. Pare ovvio abbastanza, dunque, che si renda necessaria un’azione massiccia e popolare per poter recuperare la possibilità di incidere direttamente sulle proprie condizioni di vita.
Diversamente, le strategie aberranti dei governi continueranno a tenere inchiodati alla disperazione masse enormi di elettori, a cui è concesso,”istituzionalmente”, solo di poter sperare nella protezione di qualche grottesco padrino della politica meticolosamente made in Italy. Meglio emigrare, certo. Ma, ancora meglio, cercare di mandare in esilio questi politici, insieme ai loro carrozzoni stracolmi di giornalisti sopravvalutati, artisti improbabili, consulenti irriflessivi e bamboline parlanti.
Rivoluzione. Ri-vo-lu-zio-ne. Rivoluzione, per non ascoltare più gli idioti della politica, per non leggere più gli accomodanti ciarlieri del giornalismo, per sentirsi in armonia con sé stessi e rigenerarsi.
(oscar nicodemo)






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